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OGGI SU CAMPIFLEGREIATAVOLA.IT
16-03-2009 - GLI STATI GENERALI DEL VINO



 

Stati Generali del Vino in Campania, il resoconto

 

di Monica Piscitelli

 

Gli Stati generali del vino tenuti ad Avellino a fine febbraio hanno fatto emergere una fotografia ben precisa della Campania del vino. 2 giorni di lavori, 4 sessioni di lavoro, circa 50 relazioni e  decine di interventi spontanei di dirigenti pubblici, produttori, accademici e cosi’ via.  Sfilze di dati, un necessario substrato utile alla discussione intorno a questi ultimi venti anni di storia del vino regionale e alle sue prospettive. Venti anni: un tempo lunghissimo di silenzio rotto dalla voglia di confrontarsi e dalla necessità di indirizzare correttamente la pianificazione, e la spendita delle risorse disponbili per il rilancio del settore: complessivamente circa 37 mln di euro. Il tutto nel quadro delle novità, in quanto a misure per promozione e investimenti, provenienti dalla nuova Ocm vino, illustrata dalla dirigente del Ministero delle Politiche Agricole Teresa De Matthaeis.
Fra le altre relazioni, si è rivelata illuminante, per la completezza dei dati, quella di Eugenio Pomarici, professore associato all’Università Federico II di Napoli, Dipartimento di Economia e Politica Agraria.
Ne sono emerse ombre e luci. Il sistema del vino Campania soffre di diverse difficoltà che, al momento, ne limitano la performance ma che, in ragione delle potenzialità riconosciute alla regione per la varietà della sua piattaforma ampelografia, per la sua tradizione e per il gradimento riscosso dai suoi bianchi (e per i quali si intravedono margini ulteriori di crescita), non ne impediscono lo sviluppo. Ottimismo, diciamo, mediato dalla definizione e dal raggiungimento di alcuni obiettivi.
In tal senso le conclusioni dell’Assessore all’agricoltura Andrea Cozzolino , promotore della convention con il supporto organizzativo davvero notevole dello Stapa Cepica di Avellino.
Parola d’ordine: “una grande alleanza”. Obiettivo: raddoppiare i contributo delle esportazioni regionali  a quelle nazionali (oggi al 5%), aumentare la quota delle produzioni più qualificate sul totale (oggi del 25%) e continuare il dialogo instaurato con questa prima edizione degli Stati generali. Si impone, in funzione di ciò, la necessità di sfruttare economie e vantaggi aggregativi possibili, attraverso  un ricorso più diffuso all’associazionismo o con una messa a regime dell’esistente: Consorzi e Strade del Vino. Di fronte alle difficoltà al mercato, di alcuni, o di molti, poi, va favorita la circolazione delle esperienze dei pochi. Quelli, cioe’, che impostano il business con l’indispensabile orientamento al mercato che un’economa globale impone.
Il vino, è stato ricordato da Stefano Raimondi, dell’ICE, è un settore leader dell’agroalimentare nazionale. Rappresenta l’1,3% di tutto l’export italiano e tocca ben 160 Paesi del Mondo, facendo - come bene di gusto, di lusso, di moda e ambasciatore del bel e buon vivere tricolore -  da apripista agli altri prodotti del Made in Italy. Le 1,5 mld di bottiglie immesse sul mercato (il cui valore è stato di 3,5 mld di euro, nel 2007), rappresentano il 17% del valore di tutto l’agroalimentare nazionale. A dispetto della crisi, di una generale contrazione dei consumi in Europa, dovuta anche ad un criminalizzazione dei comportamenti di consumo delle bevande alcoliche (aspetto sottolineato da Josè Ramon Fernandez, segretario generale Comitè Vins de Bruxelles e sostenitore del progetto “Wine in moderation, art de vivre”), i dati del 2008, evidenziano segnali positivi.
L’Italia sta rimodulando la sua offerta: crescono i valori più che i volumi, segno che cresce il valore medio del prodotto esportato, quello di maggiore qualità e che, quindi, remunera meglio i fattori della produzione. Insomma, si fanno strada le produzioni qualificate: denominazioni e indicazioni geografiche. E’ questo (puntare sulla qualità), uno dei segnali che la Campania deve cogliere e che le testimonianze di  Giuseppe Bursi, dirigente dell’Assessorato siciliano all’Agricoltura e Lucio Tasca D’Almerita delle cantine Conte Tasca D’Almerita, fanno ritenere la Sicilia abbia già colto con il progetto di una Doc che copra l’intero territorio regionale.
Un'altra preziosa indicazione è quella relativa ai mercati di sbocco: non si è ancora agguantata l’opportunità offerta da nuovi mercati a grande potenziale come India e Estremo Oriente: il 90%, ricordava sempre Raimondi, delle esportazioni è concentrato in pochi mercati, i più ricchi. Sono Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera, Canada e Giappone. Interessanti invece da scoprire sarebbero: Corea del Sud, Singapore, Cina, Messico, ma anche Repubblica Ceca e Ungheria.
In questa cornice nazionale, la Campania parte da:  un’offerta polverizzata; poche grandi imprese (solo 10 hanno una produzione potenziale annua superiore a 5000 ettolitri e solo il 7% superiore a 500 ettolitri) non sempre in grado di realizzare un effetto di trascinamento sulle altre, né  di far massa critica (al marzo 2006 risultano istituiti solo tre consorzi; le cantine sociali, poi, sono solo il 4%. Inoltre: tra le 18 aziende con maggiore capacità produttiva, 5 sono cooperative) tale da innescare meccanismi virtuosi di indotto o di lancio  turistico degli areali; una quota di produzione limitata (25%) dedicata ai vini di più elevata qualità (denominazione di origine o indicazione geografica) per via dei costi più sostenuti; una scarsa rappresentatività della regione a mezzo delle sue produzioni di pregio (le produzioni a denominazione sono il 6% e quelle a indicazione geografica il 9% del totale);  una limitata conoscenza dei vini regionali oltre i confini nazionali, che penalizza in particolare, le imprese sprovviste di un marchio proprio (solo 236, delle 2000 censite, commercializzava con un suo marchio nel 2006) che impone uno sforzo promozionale pubblico; una difficoltà delle aziende ad affrontare, o a trarre reale profitto, dalla penetrazione nei mercati esteri, da cui derivano gli abbandoni di alcuni di essi (secondo un’indagine del 2007 dovuta a problemi di distribuzione, scarso interesse, bassa redditività o barriere burocratiche).
A queste considerazioni si aggiunge una questione di base, diciamo strategica, sollevata dagli interventi di  Mario Fregoni, direttore dell’Istituto di Frutti-viticoltura dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza e raccolta e affrontata da Luigi Moio, ordinario di Enologia all’Università Federico II: il dilemma “vitigno e terroir”. Il successo e la fama mondiale di Cabernet Sauvignon, Merlot, Pinot Noir, si è sostenuto, è dovuto al fatto che la loro promozione e la loro riconoscibilità è incentrata sulla coincidenza vino-vitigno. I Paesi europei storici, e l’Italia, tradizionalmente hanno optato per l’utilizzato del nome della zona d’origine. Risultato: in Italia solo il 4% delle Doc e delle Docg contiene il 100% di una varietà. Il 100% delle Igt sono fatte da uvaggi. Bisogna ritornare su propri passi visto che l’Ocm vino consentirà l’utilizzo della varietà senza il nome della denominazione?
Netta la risposta di Luigi Moio che ne fa questione di coerenza e coraggio e invita a sostenere con convinzione le proprie scelte, con responsabilità. Appare in tal senso importante la trasparenza e, soprattutto, l’evitare la confusione sensoriale del consumatore. Si alle vinificazioni monovitigno lì dove i disciplinari fanno, in etichetta, riferimento a un unico vitigno ma si anche a, semplicemente, spiegare cosa c’è in quel 15% non ben specificato.
Una cosa è certa sul vino campano (con cio’ riprendo una frase molto efficace di Luigi Moio): a dispetto di quanto si va dicendo in molti campi e per molti prodotti, “il vino è l’unica cosa che oggi è più buona di ieri. Ed è tutto buono”. Adesso “si tratta di passare dalla qualità alla superqualità”.

 

Da www.lucianopignataro.it


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