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OGGI SU CAMPIFLEGREIATAVOLA.IT
18-05-2010 - SLOW FOOD IL SOGNO...



Slow Food, né destra e né sinistra: sognare un mondo libero da ogm, nucleare e cemento

 

Petrini, una voce ai contadini per un messaggio di speranza e di impegno

Note dal congresso di Abano Terme

A ben pensarci, il mondo rurale in Occidente non ha mai avuto un suo movimento politico in grado di esprimere la sua specificità, i suoi interessi, la propria visione del mondo intimamente legata al ciclo della terra. Grandi sindacati, certamente, ma sempre gemmazioni di movimenti politici nati in un contesto urbano: comunismo, cattolicesimo popolare e fascismo hanno avuto le loro appendici che sostanzialmente servivano a rafforzare le posizioni nel confronto che si combatteva esclusivamente in città


Slow Food sin dalla relazione del presidente Roberto Burdese, punta di fatto a colmare questo vuoto in una fase storica in cui non sembrano esserci soluzioni appaganti, capaci di dare risposte umanistiche all’uomo in un momento in cui il modello di sviluppo basato sul consumo è giunto chiaramente al suo capolinea.

Il movimento inizia a preoccupare, non a caso si registrano attacchi sempre più furiosi e profondi, addirittura libri, per screditare il percorso fatti sin qui, dipingendo la sua visione come utopica, passatista, conservatrice, elitaria, quasi un lusso per ricchi disinteressati al problema del cibo quotidiano su cui si misura il resto dell’umanità. L’ultimo dal quotidiano di Confindustria, ossia l’house organ dell’ideologia liberista che ha ridotto l’Italia a pezzi imponendo scelte radicalmente sbagliate e che pagheranno le future generazioni.

Però intanto Slow Food si allarga, coinvolge il mondo intero e non è mai stato così forte come in questo momento, celebrato da un congresso vissuta da 650 delegati di oltre 300 condotte sparse in tutta Italia. Una delle poche idee italiane capace di mobilitare fuori dal nostro paese.

Da dove nasce questa spinta irrefrenabile? Sostanzialmente dal fallimento della visione ragioneristica della politica e della gestione del territorio. La destra, in verità, ha sempre mostrato una predilizione per la soluzione pratica dei problemi. La sinistra ha pensato che per esprimere egemonia dovesse essere solo più brava e più onesta. Entrambe orgogliosamente contro la visione ideologica del mondo ora nuotano nel mare nero di petrolio davanti alla Louisiana, o camminano tra le frane di Calabria, o respirano lo smog valpadano. Fate voi.

L’ideologia della non ideologia ha in realtà una soluzione patetica alle crisi in cui domina, coma ha detto Petrini, l’ossimoro dello sviluppo sostenibile: consumare, consumare e consumare. Il territorio viene usato dai cementieri per dare brutte seconde case e realizzare redditi sicuri e immediati, le auto devono durare poco per essere ricomprate, Ikea e supermercati, Mc Donald’s e megasale. Per fare tutto uguale e grande, più grande, inutilmente grande. Pochi ricchi e differenze sociali come mai prima è avvenuto nella storia dell’umanità con una differenza frustrante: ora tutto sembra essere a portata di mano. Ma non è affatto così.

 

Slow Food

L’Italia negli ultimi dieci anni ha perso terra fertile pari ad una regione grande quanto il Veneto, il reddito dei contadini è calato del 30%. Ma questo sacrificio antropologico non ha portato alcun benessere, solo insicurezza: i servizi sociali sono peggiorati, solo chi è ricco se la cava mentre le giovani generazioni sono alle prese con la fantastica esperienza del precariato, la flessibilità di Confindutria, che li tiene a casa in famiglia sino a 35/40 senza avere la possibilità di programmare una vita propria.

In questo presente in cui gli individui sono solo terminali di consumo prigionieri del cemento e dello smog, quale messaggio di speranza è possibile leggere nei programmi dei partiti? Quale sogno? Quale prospettiva di cambiamento?
Nessuna che non sia l’impegno religioso per la trascendenza a discapito del disinteresse per il reale.

Le ideologie urbane che hanno dominato negli ultimi due secoli hanno sognato un mondo algebricamente misurabile in ogni suo manifestarsi e sempre considerato residuale l’esistenza rurale anche quando erano piccole realtà circondate da verde. Adesso si sono spinte sino alla grandezza oltre la quale c’è solo l’implosione sociale, la non vita.
Destra e sinistra nascono come categoria politica nella prima grande rivoluzione urbana, quella francese. Nascono in città, a Parigi.

Organizzare il consumo del cibo, legare produzione e consumo, investire nella terra è una riposta concreta e al tempo stesso onirica. Il tempo della natura impone nuovamente respiro biologico alla mente, restituisce la misura delle cose. Regala trascendenza al corpo senza doverne aspettare la morte per viverla.

La numerazione dei sentimenti, la sclerotizzazione dello spirito, il distacco totale dell’individuo non solo da ciò che produce (l’analisi sull’alienazione capitalista di Marx è ancora una pagina insuperata) ma anche e persino da quel che consuma ha ormai giunto un livello tale oltre il quale non c’è nulla. Il vuoto bulimico.

Slow Food riprende il tempo lungo della storia, in cui questi duecento anni intensi e per certi versi esaltanti sono piccola parentesi di fronte all’avventura umana. Ripropone un ragionamento in cui l’individuo si rapporta all’ambiente in cui vive e respira, riscopre valori come l’amicizia, la solidarietà, l’impegno per progetti più ampi e profondi.

La necessità del sogno è indispensabile nell’impegno sociale e in ogni gesto perché non lascia soli. La mia generazione non è stata coinvolta nella politica perché gli amministratori di sinistra erano più bravi di Gava&C, ma perché si vedeva l’uscita di un tunnel, si pensava di poter cambiare l’esistente, non c’era la disperazione o la voglia di farla finita perché la gestualità quotidiana non era numerata dal possesso e dalla mancanza.

Per quanto paradossale possa semprare, proprio una visione non antropocentrica riporta l’uomo e le sue pulsioni al centro dell’attività.
E questo bisogno di ripensare insieme l’avventura umana nasce solo quando si ascoltano le persone per quel che dicono e non per la loro importanza nella gerarchia sociale.

Organizzarsi attorno al cibo oggi significa affermare con forza che non è la formuletta scientifica a poter risolvere i problemi, ma i saperi delle relazioni umane.
Chi ha capito queste cose è moderno.
Chi è fermo alla praticità del quotidiano si prenoti per il trapianto di fegato: ci sarà sempre uno più bravo e più ricco di lui che gli tarperà il suo inutile ego la cui password è costituita dal conto in banca

Qui l’articolo sul congresso Slow Food pubblicato sul Mattino

 

Da wwww.lucianopignataro.it


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