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OGGI SU CAMPIFLEGREIATAVOLA.IT
03-11-2009 - World Wine Symposium a Cernobbio



World Wine Symposium a Cernobbio. Appunti da Sud

 

Un po' la crisi, un po' qualche degustazione, un po' la Davos du Vin a Cernobbio. Tempo di bilanci, così per fare il punto di lavoro. Soprattutto in vista di un profondo cambiamento di visuale in arrivo e di cui avrete a breve notizia.

Il Sud, direi il Centro Sud con l'esclusione di parti della Toscana, è ancora assolutamente fuori dalla percezione comune e specialistica come zona di produzione di vino di pregio. Persino la Sicilia, di cui tanto si è parlato negli anni '90, non ha Superstar adeguate a rappresentarla in maniera immediata, franca, diretta. Non bisogna fare il giro del mondo per capirlo, basta chiedere ai grandi ristoranti della Penisola Sorrentina e della Versilia cosa vendono sopra i trenta euro e cosa sopra i 500 euro a bottiglia.
L'unica novità italiana di questo decennio, peraltro contesa dall'Austria, è il Pinot Grigio di cui è letteralmente impazzito il mercato anglosassone per quei bisogni indotti dalla pubblicità che a noi ci portano a non poter fare a meno dell' hula hoop

 

Anzi, negli ultimi vent'anni, alcuni territori come Cile, Argentina, Austria, Nuova Zelanda, Oregon e Sud-Africa hanno messo la freccia e sorpassato il nostro Mezzogiorno.

Questo non vuol dire che non sono stati fatti notevoli passi in avanti, ma solo che la velocità e la profondità di comunicazione non sono state adeguate al cambiamento enologico mondiale e alla crisi dei prezzi iniziata nel 2002. Basti pensare, a mò di esempio, che solo nel 1998 la Campania ha avuto il suo padiglione al Vinitaly, la Puglia nel 2003 mentre la Basilicata investe ancora nella Fiera del Levante consigliata evidentemente da chi vende stufe nel deserto e frigoriferi agli esquimesi.

 

In particolare, possiamo affermare con certezza che la qualità produttiva dei vini meridionali è ormai una caratteristica acquisita e diffusa in tutte le sue manifestazione aziendali, dalle realtà storiche a quelle nate con l'ultima vendemmia.

 

Il punto è che lo stesso miglioramento è avvenuto un po' ovunque grazie alla diffusione delle conoscenze agronomiche  e in cantina che consentono di piantare viti anche in posizione non ottimali (Montalcino docet). Questo balzo qualitativo in avanti riguarda tutto il mondo del vino, ché fino ad una generazione fa persino Bordeaux, a parte i 15/20 chateau più importanti che fanno leggenda, aveva problemi di affermazione qualitativa.

 

Negli ultimi 20 anni è avvenuto però che alcune aree produttive hanno conquistato, o meglio, riconquistato il loro mercato di prossimità. Questo si è verificato anzitutto in Abruzzo, Umbria, Campania, Sicilia, poi in seconda battuta in Basilicata, Puglia e solo in parte in Calabria, ormai l'unica regione italiana dove non sempre si trovano carte dei vini con aziende di territorio così come avveniva all'inizio degli anni '90 (1990 non 1890) in tutto il Sud.

 

In questo movimento sul mercato di prossimità, la Campania ha avuto una spinta in più, assolutamente inconsapevole perché in realtà tutti gli sforzi enologici e mediatici erano concentrati sui rossi, grazie ai tre bianchi (Fiano, Greco e Falanghina) che hanno incrociato l'alleggerimento della cucina e la tradizionale gastronomia della Costa. Questa caratteristica ha consentito alle aziende campane di occupare anche altri mercati senza background produttivo come Roma (primo importatore di vini campani), Emilia Romagna e in parte Milano.

Il futuro (auspicabile ma al momento presunto) della Campania (e della Basilicata) sul mercato mondiale dello star system non potrà essere l'Aglianico perché le caratteristiche di questo vitigno non lo mettono in condizione di essere competitivo con i grandi uvaggi internazionali o con lo stesso nebbiolo. La forza dell'Aglianico sarà dunque quella di essere un grande vino di territorio da consumare con la cucina tradizionale o ben strutturata, un po' come il Lambrusco in Emilia Romagna, il Teroldego il Trentino, il Sangiovese in Toscana, il Montepulciano in Abruzzo, il Sagrantino in Umbria, il Gaglioppo in Calabria, il Negroamaro e il Primitivo in Puglia. Con molta probabilità, sarà la 2004 la prima annata che consentirà di passare dalla preistoria alla storia di questo vitigno. L'alternativa di consumo è annacquarlo con merlot, cabernet, primitivo: ma in questo caso sarà solo un buon vino e non potrà mai essere lontanamente paragonabile alle storie vere di altri territori tradizionali. Sulla diversità, più che sulla omologazione, potrà giocare le sue carte sull'export.
Stesso discorso vale per gli altri vitigni meridionali, con la unica eccezione, a mio giudizio, dei blend etnei capaci di raggiungere quella finezza espressiva necessaria per poter essere compresi in ogni luogo senza tradire le proprie caratteristiche.

Ma anche in questo caso bisognerà attendere la creazione della storia, nella speranza che l'Etna non finisca nerodavolizzato con l'introduzione della spalliera e delle barrique a gogò.

 

Da www.lucianopignataro.it

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